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Pierrot – L’innamorato della Luna

di Soyelmar

Si dice che la finzione del teatro porti in scena la realtà e che ognuno, sul palcoscenico del mondo, sia chiamato a interpretare la propria parte con aderente diligenza.
Così, alla maschera tocca l’onore di recitare, alla voce quello di cantare, e a qualcun’altro – più frequentemente una donna – d’ispirare i poeti. A me, che molto più modestamente non ho doti da gran commediante, è capitato il fine piacere di raccontare.
E la nostra storia comincia così: con un teatrante nemmeno tanto bravo ed un amore… Il nome del timido spasimante è Pierrot e la sua amata si chiama Luna…

Luna è una ragazza misteriosa. Fresca come la sera d’estate nell’ora più tarda, quando il buio, già notte, si confonde con le prime luci della mattina. Luna è un’alba radiosa che rasserena cieli e cuori, che agita ululati e onde, in cani e lupi di mare. Attira maree e sogni da oceani e uomini stregati dalla sua perlacea, esotica bellezza; tanto bella, che un marinaio che la fissasse troppo a lungo prima d’un importante viaggio, dimenticherebbe rotta e senno.
E infatti Pierrot, capitano d’un vascello chiamato Amore, s’era perso ragione e sonno, pur non sapendo neanche nuotare. Così ogni giorno, come un soriano innamorato che sul tetto miagolasse sconsolato, Pierrot si ritrovava a scrivere mielosi versi che non avrebbe mai avuto il coraggio di declamare, sebbene quello di recitarli all’amata, fosse un suo fermo e risoluto proposito – ma che bugiardo!

Luna, allora, ogni notte lo guardava, sempre più curiosa. Luna ogni notte l’inseguiva, tra le fronde verdi, nere e gialle degli alberi accesi dalla luce dei lampioni della sera. Gli mirava sguardi così splendenti dalle sue pupille argentee, che un Cigno del balletto, commosso da tanta grazia, avrebbe danzato in coreografie e in colori, che nemmeno Čajkovskij stesso, su uno spartito che segnasse perfino risa musicate d’angeli, avrebbe mai immaginato – Luna amava queste visioni che, inconsapevole, procurava agli uomini.

teatro

Pierrot allora se ne accorgeva e, muto d’imbarazzo, arrossava la maschera bianca con cui celava il suo amore. Sicché Luna, un po’ soddisfatta dall’eloquenza adulatoria di quel silenzio, un po’ offesa da tanta arrendevolezza, fuggiva, come la luna dietro un campanile e, come una campana o un coro di campanelle, sorrideva fra sé e sé d’un sorriso spontaneo, ma compiaciuto, che tremolava luccicante sulle acque superficiali di quel fiume che i romantici della città più romantica, chiamano la Senna.

Ah la Senna! Testimone di regine e di signori, d’imperatori invitti e di regni mai conquistati: cuori d’uomini infranti, lacrime di fanciulle troppo precoci. E poi baci, baci così potenti da finire in bocca ai poeti e sopra i quadri, nei musei, fra le prigioni d’opere d’arte nate invece, per ritrarre la gloria o l’amore e la follia libera e geniale del loro pittore. Impressionisti, simbolisti, decadenti. Che folla d’uomini ha visto la mia Senna! Come su un prestigioso palcoscenico, tutti, tutto sui suoi ponti ha sfilato: la ghigliottina, la rivoluzione, la farsa, la tragedia.

E che tragedia! Afflitto e amaro, come l’attore più anziano, solcato capo a piedi, da rughe, balbettii e tremori irriverenti della sua dignità, Pierrot restava dopo ogni promessa tradita, dopo il bacio agognato, ideato coscienziosamente dalla sua fantasia, baciato con un manichino d’aria, eppure sempre rimandato dalla sua inevitabile codardia. Ché non un verso usciva dalla sua bocca, non un fiato, non un filo di voce. Non un bagliore di magia, nemmeno dentro ai suoi occhi, tanto neri e tanto spenti, come i bottoni sulla sua camicia. Ah mio povero Pierrot!Pierrot

Luna allora si pentiva della sua segreta irriverenza, e come la coscienza d’un innocente dell’assurdo accusato, ma fiducioso nella giustizia, aspettava paziente la prossima mossa del suo Pierrot. Silente dietro una nuvola e speranzosa nell’agognata dichiarazione, osservava quel ragazzotto così impacciato, che mesto mesto, se ne andava.
Tornando a casa, ceruleo in viso più per il freddo dentro, che per il cerone in faccia, Pierrot singhiozzava, scansando amabilmente i garçon e i camerieri di ogni bistreau che sul suo cammino incontrava, così devoti e così seri nel combattere quel suo fastidio a suon di bicchieri d’acqua, che regolarmente non beveva. Ma giorno dopo giorno, rifiutando quel piccolo aiuto, il singhiozzo non passava, mentre anche il coraggio non veniva e così pure Luna, a poco a poco, s’allontanava…

Venne allora una sera, venne allora una notte, che Luna fosse tanto indispettita dai rimorsi di Pierrot che, non appena lo scorse, si ritrasse dietro il blu annuvolato del suo ventaglio. Fioca e fatua, come una fiamma che esalasse il suo ultimo calore, la voce invocante di Pierrot si spense inascoltata in mezzo al buio tetro, come preda della morte. Disperato per la vergogna del rifiuto, Pierrot si nascose fra le colonne finte di un moderno portone dal fiero portamento classico, in un vicolo tanto stretto, in cui Luna che ora lo cercava, forse pentita del suo gesto, con la sua luce non poté arrivar…

[tratto da ‘Tre Versioni di Pierrot‘, Copyright by Soyelmar]


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