Alle Origini, La Ruota dell'Anno

Is Animeddas – Il Dono di Gratitudine per gli Antenati

di Claudia Zedda

Puoi pure tentar di condividere cultura tradizionale quanto vuoi, ma quando senti su un tg nazionale che quella che in Italia riproponiamo in occasione di Tutti i Morti è una festività scippata dalla tradizione scozzese, ti viene da chiederti, ma chi cavolo le mette insieme le informazioni per i servizi televisivi? Non posso metterci la faccia per il resto dell’Italia, ma per la Sardegna potrei metterci le mani sulla graticola: Is Animeddas non è un assaggio di “Carnevale” come è stato detto, e con le usanze scozzesi, non lo metto in dubbio meravigliose, ha in condivisione la sensibilità umana.

A tirar su il naso per aria ci si rende conto facilmente che tra la fine di ottobre e gli inizi di novembre le giornate si fanno drasticamente più corte e le ore di buio aumentano spaventosamente. Per chi sa che il regno dei morti è fatto di buio, non è troppo difficile capire perché in buona parte del mondo si è certi che proprio durante questi giorni, chi lo desidera, possa ritrovare un contatto con i propri avi defunti. 

Animas Bonas, Animas Malas: la loro dimora è l’etere e non abbandonano il mondo dopo il trapasso. In Sardegna il culto dei defunti e la riverenza nei confronti delle anime, che esse siano bonas o malas è antico come le pietre e non accenna a voler scomparire.

Fin da epoca nuragica sull’isola è viva la credenza secondo la quale la morte non consista pienamente nella fine della vita, ma della vita così come la si conosce. La morte su Hyknusa non è mai stata qualcosa di definitivo, ma semplicemente un passaggio necessario per accedere a una vita spirituale differente. Le anime dei defunti si trovano dopo la morte, volenti o nolenti, a condurre una vita del tutto similare a quella precedente, ma in una dimensione che si potrebbe definire parallela.

Una continuità della vita anche dopo la morte e la sicurezza che le anime, pur vivendo in un mondo altro, abbiano la possibilità in determinati giorni e in particolari ore, di interferire ancora sulle sorti di chi è vivo. E’ questa visione del regno dei defunti a giustificare la reverenza dovuta alle anime dei trapassati nella tradizione sarda. Lo stesso Calvia (1893) ricorda “…che tutti i giorni i morti passeggiano per il paese ed attendono, come quando erano in vita, alle proprie occupazioni. Alcune persone hanno la virtù di vederli…”.

Questo e altro si raccontava in Sardegna sul conto delle anime dei defunti, e la narrazione si faceva tanto più coinvolgente quando a tenere banco erano storie che narravano di animas malas, crudeli fino al midollo, del modo d’invocarle, dei mezzi per tenerle lontane.

I sentimenti che si provava nei confronti delle anime dei defunti erano ambigui e contrastanti. V’era il rispetto,  non mancava il timore e c’era immancabile il desiderio di rivedere anche se per pochissimi attimi, i propri defunti che ancora, era certo, s’aggiravano per il mondo.  Ecco giustificata la presenza di una serie di figure sociali, che assolvono a questi delicati compiti, per la maggiore donne, conoscitrici di segreti, che solo in punto di morte saranno trasferiti ad adepte più giovani. Era esattamente durante il finire d’ottobre e gli esordi di novembre, che tradizionalmente si riteneva più flebile quel confine che separa i due mondi, l’uno dei vivi, l’altro dei morti, trasparente e impenetrabile come ragnatela bucata.

La Sardegna celebrava quelle giornate magiche che dividono ottobre da novembre con rituali e festeggiamenti simili in tutta l’isola: is animeddas,  is mortus,  sos mortos, o  su mortu mortu.

La tradizione isolana non ne dubita,  la notte del 31 di ottobre il portone che costringe altrove le anime del purgatorio si apre d’improvviso permettendo a queste d’abitare le case che un tempo furono di loro proprietà, o di visitare quei luoghi ai quali, per l’uno o per l’altro motivo, si sentono profondamente legate.

I bambini sardi nella magica notte, vagavano vestiti di stracci, quasi a voler simboleggiare le anime dei piccoli defunti e bussavano di porta in porta domandano secondo una formula che differisce di località in località, una piccola offerta per le anime costrette fra il paradiso e l’inferno.

Secondo l’uso locale, che lentamente si sta riscoprendo, potreste dunque sentirvi chiedere , ripetuto in cantilena: “seus benius po is animeddas” oppure “mi das fait is animeddas” o ancora “su bene de sas ànimas” o “carki cosa po sas ànimas”.

Non temete, vi domandano semplicemente un piccolo dono per le sfortunate animelle del purgatorio, che in quella notte vengono ricordate più che in ogni altro giorno. Se vi ritenete accaniti prosecutori della tradizione, disdegnate d’offrire di caramelle confezionate, o dolciumi sponsorizzati.

Assomigliereste molto di più ai vostri padri abbandonando nelle tasche dei bambini pabassini, mandarini, mandorle, noci, caramelle, limoni, castagne, pane o melagrane, tipico frutto votato ai morti. I più poveri un tempo, pur di donare, regalavano ceci e fagioli.

A Ghilarza, il rituale che si teneva la notte di Ognissanti si chiamava askardoppias o  iskaddoppias e consisteva nella questua in suffragio dei defunti da parte dei ragazzini, a cui venivano regalate noci e papassine da custodire in un sacchetto realizzato avvolgendo i quattro angoli di un fazzoletto.

Non solo la Sardegna, ma il Mediterraneo e l’Europa tutta hanno riconosciuto in passato l’importanza del periodo. Festa di un certo rilievo del calendario celtico era il Samhain, celebrato il 31 di ottobre in onore dell’ultimo raccolto. Era momento celebrato ampiamente con fuochi e rituali di vario genere.

Una volta spenti i falò, le ceneri ed i carboni si conservavano per l’acquisita funzione protettiva e apotropaica (un po’ come accadeva per Sant’Antonio in Sardegna). Si trattava di una festa agricola, che ringraziava per l’ultimo raccolto e salutava l’arrivo dell’inverno.

La convinzione che in quella notte fosse concesso alle anime dei defunti di far ritorno era probabilmente fomentata dal maggiore numero di ore di buio rispetto a quelle di sole, e lo sappiamo bene, notte e buio sono gli elementi entro i quali con più facilità si muovono anime e spettri. Il festeggiarli era un ottimo strumento per non dimenticare, per protrarre il legame con gli antenati negli anni.

Alle feste pagane il cristianesimo ha preferito sostituire celebrazioni che meglio si adattano ad un buon cristiano, che spesso ignora il simbolismo dei gesti antichi che meccanicamente ripete.

Poco importa che l’Europa antica abbia elaborato in maniera indipendente le celebrazioni che caratterizzano queste giornate d’inizio inverno, ciò che davvero conta è che numerose popolazioni a chilometri di distanza le une dalle altre, si resero conto che le ore di luce drammaticamente cedevano il passo a quelle di buio, elemento poco congeniale all’uomo, e tramite i festeggiamenti, banchetti e fuochi, si dava il bentornato alle anime, si celebrava il culto degli avi e si combatteva la notte aggregati e dinanzi a fuochi ardenti.

Is Animeddas e la Tavola dei Morti

Per me bambina is animeddas (dette anche panixeddasmortu mortusu prugadòriusu bene de is animassu peticoccone)  erano il pane’è saba fatto in casa, le pabassine, la frutta secca, l’alloro, il tour al cimitero e quei lumicini che nonna accendeva per settimane infinite, utili, mi diceva lei, a che i nostri morti trovassero la strada di casa. Tra me e me pensavo che dimenticarla sarebbe stata impossibile, eppure sarei rimasta ore a guardarli quei lumicini; il fuoco mi stregava. D’altronde reputo abbia questo potere su tutti gli uomini non trovi? “E non si spengono mai?”, “Mai Claudia”.

Che “Tutti i Morti” e “Tutti i Santi” fossero anche questue che vedevano protagonisti i bambini alla raccolta di dolciumi per le anime del purgatorio, da ragazzina non ne avevo proprio idea. La città ha dimenticato presto queste usanze aggregative, ciò non toglie che le tradizioni possano ritrovarti, perché, credo io, ci scorrono nel sangue, le abbiamo scritte nel DNA.

Il tratto più affascinante de is animeddas, non sono i dolci, non sono le questue, non sono nemmeno i lumicini, sono le tavole imbandite per il ritorno dei mortila banca e sos moltos.

Come, i morti mangiano? Pare proprio di sì, dato che è convinzione comune che i nostri antenati tornino “a casa” tra il 31 ottobre e il 2 di novembre e che dopo aver controllato che tutto sia in ordine nella dimora, si gustino quei cibi che furono loro graditi in vita: favespaghetti e dolci. Che nella tavola non dovessero comparire posate, fra cui coltelli e forchette, era risaputo; alcuni defunti era possibile avessero perso la testa in morte, e per la nostalgia di qualche caro, o per qualche astio non risolto, avrebbero potuto ferire o uccidere, e il sardo è bonu ma non è scimpru.

Quel che sorprende maggiormente dell’uso è che la convinzione che i defunti si nutrano di cibo (o del suo odore) è condivisa in tutta l’isola e anche altrove: è una concezione antica, e il cibo prende forma di tramite fra vita e morte; per farla facile consente il dialogo fra chi ancora respira e chi vaga in forma d’anima per la Sardegna.

Non è un caso che is animeddas si festeggino proprio a fine ottobre e inizi di novembre: l’autunno progredisce, le ore di luce diminuiscono e il buio (elemento fra i più congegnali ai defunti) ha la meglio sulla luce e sulla vita verrebbe da dire. Sul piano rituale si verifica il ritorno dei morti la cui venuta risveglia timori sopiti negli uomini: questi per rabbonire i propri defunti offrono loro servigi e doni e i morti immediatamente dopo il solstizio d’inverno, poco prima di natale, abbandonano la società dei vivi colmi di regali, per farvi ritorno solo durante l’autunno successivo.

Non è un caso che i festeggiamenti vadano di pari passo con un appuntamento fondamentale per il calendario agricolo: la semina. Grano appena seminato e morti in comune hanno qualcosa di molto importante: il grembo della terra che li accoglie e la speranza di nascere e rinascere al più presto possibile. Non sembra strano dunque che andai a biri is trigu fosse frase campidanese che si riferiva al morire: l’agricoltore di ieri sapeva con certezza che proprio i morti erano in grado di controllare e garantire il felice esito del raccolto. Rabbonirseli era cosa più che intelligente.

E di semi appunto si cibano i morti: le fave d’altronde altro non sono che semi e le fave l’abbiamo detto sono uno dei cibi che più di altri vengono associati ai defunti insieme con le noci, nocciole, le mandorle, le castagne, il grano e la melagrana. Il motivo è più semplice di quel che possa sembrare: i semi hanno il potere di conservare a lungo la vita: i frutti, raggiunto il proprio massimo vegetativo, vengono essiccati e a pensarci bene secchi sembrano morti, ma per lunghi anni hanno ancora la capacità di rigermogliare se messi a dimora nel grembo della Madre Terra. Il ragionamento attribuito ai defunti doveva essere in antichità molto similare: morti parevano morti, ma se posti a dimora nel grembo della Madre Terra ci si augurava che presto avrebbero rigermogliato; d’altronde se lo facevano i semi, perché mai non l’avrebbero dovuto fare gli esseri umani?

Cibarsi di semi significava senza mezzi termini far parte di questo processo di rinascita che veniva augurato anche ai propri defunti.

L’abitudine di lasciar nella banca e sos moltos fave, fu sostituita con quella di posizionarci piatti di maccarronis (da offrire il giorno seguente ai questuanti). Il discorso non cambia poi tanto, d’altronde gli spaghetti in Sardegna erano fatti di semola e dunque di grano, e il ciclo del grano ha molto a che fare, l’abbiamo detto, con i defunti. Il grano condivide con questi la terra e la sua crescita è dunque sotto il loro controllo. Perché questo crescesse forte era fondamentale rendersi propizi i defunti e non esisteva un modo migliore se non quello di preparare per loro del buon cibo, meglio se con forte valore simbolico, che veniva poi condiviso con i poveri e con i bambini.

A questi (principali intermediari fra vivi e morti) durante le questue si offriva non solo su trigu cottusu cigiri spistiddau, ma soprattutto dolci a base di saba e naturalmente frutta secca (semi). I dolci soprattutto dovevano essere particolarmente graditi ai più piccoli che durante le questue, per ricevere doni, spesso usavano formule intimidatorie ricordando che la morte e il purgatorio era vicino per tutti.

I più fortunati potevano ricevere pabassine, til(r)iccas, pan’è saba, ossu de mortu e sa pippiedda ‘e tùharu, che in pochi oggi confezionano. L’importanza del dolce come strumento di comunicazione fra morti e vivi è palese quando si scopre che in Gallura, nelle bare dei bambini, oltre che giocattoli si era soliti posizionare qualche dolce che avrebbe mitigato l’amarezza della situazione.

La forte tradizione dolciaria sarda che si legava a questa festa esiste a tutt’oggi. Ricca e varia, conosce come base tipica la saba, prodotta tramite la cottura del mosto, che regala ai dolci un colore scuro, quasi nero di terra, in perfetta armonia cromatica con il periodo che ci si accinge a festeggiare.

Questue, dolci, e tavole per il morto parlano di un’unica grande necessità: quella di non dimenticare i propri antenati, e di rabbonirli, perché, che non c’era dubbio che sarebbero tornati. Ai vivi il compito di farsi trovare pronti.

A livello sciamanico la questione è fondamentale da non dimenticare è il dono per gli antenati e le antenate anche se molte famiglie si stanno dimenticando di insegnare il senso di questa festa che, ci tengo a ripeterlo, onorare Avi ed Ave attraverso il dono che distribuisce l’abbondanza, i più fortunati dividono e condividono il cibo con i meno fortunati in questo caso in molti paesi il dono viene richiesto tradizionalmente dai bambini ma questa è una tradizione recente un tempo erano i poveri, erano i pellegrini ma lasciando le persone in profonda dignità di se stesse. La festa dei morti della nostra tradizione deve continuare a vivere per riempire d’amore i nostri antenati le nostre antenate che sono piccoli pezzetti dentro di noi, le feste del dono devono continuare per distribuire gentilezza e amore nelle comunità, per insegnare la condivisione dell’Abbondanza alle generazioni future.

Manuela Congiu Janabella

Fonte: claudiazedda.it


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