di Luana Sanvidotto
C’è un coraggio di cui si parla poco che non è quello di affrontare una tempesta, di attraversare una notte nel bosco o di resistere quando tutto sembra crollare.
È un coraggio più silenzioso.
Il coraggio di dispiacere.
Di vedere negli occhi dell’altro una piccola delusione e non correre immediatamente a cancellarla.
Di dire no senza costruire intorno al no una cattedrale di spiegazioni.
Di cambiare idea.
Di scegliere una strada che qualcuno non comprenderà.
Di non essere sempre disponibili, accomodanti, rassicuranti.
Di permettere, semplicemente, che qualcuno possa non approvarci.
Per molte persone questo è difficilissimo, perché essere apprezzati non è soltanto piacevole: può diventare una forma di sicurezza.
Impariamo presto a leggere il paesaggio umano.
Un sorriso significa che possiamo restare.
Un’espressione contrariata ci mette in allarme.
Una parola gentile ci rassicura.
Un silenzio improvviso può farci domandare cosa abbiamo sbagliato.
Così, lentamente, possiamo diventare abilissimi meteorologi dell’umore altrui.
Sentiamo cambiare il vento prima ancora che l’altro parli.
Modifichiamo una frase.
Smussiamo un confine.
Rimandiamo una scelta.
Diciamo sì mentre qualcosa dentro di noi sussurra no.
Non necessariamente per debolezza, talvolta lo facciamo perché abbiamo imparato che appartenere significa adattarsi ma arriva un momento della vita in cui occorre domandarsi:
quanto di me sto sacrificando per continuare a essere facilmente amabile?
La natura offre una risposta poco sentimentale.
Un albero non cresce chiedendo il permesso al bosco.
Cerca la luce.
Allunga un ramo dove può.
Ne lascia morire un altro quando non serve più.
Affonda le radici dove trova nutrimento.
Occupa il proprio spazio senza considerarlo una colpa.
Eppure non vive isolato.
È attraversato dal vento, comunica attraverso il suolo, ospita licheni, insetti, uccelli e funghi. Riceve e restituisce.

Tutti i diritti riservati a Elizabeth GaddLa sua individualità non contraddice l’appartenenza.
La rende possibile.
Forse anche noi dobbiamo imparare qualcosa di simile.
Il coraggio di dispiacere non consiste nel proclamare “non mi importa di nessuno”, quella può essere soltanto un’altra armatura.
Consiste piuttosto nel poter dire “mi importa di te, ma non posso diventare ciò che desideri perché tu continui ad approvarmi.”
Posso ascoltare il tuo disappunto senza considerarlo automaticamente una condanna.
Posso chiedermi se ho ferito qualcuno e, quando accade, assumermene la responsabilità.
Posso chiedere scusa.
Posso riparare.
Posso cambiare.
Ma non devo confondere la sofferenza che nasce da un mio comportamento “ingiusto” con la semplice frustrazione che qualcuno prova perché non ho fatto ciò che voleva.
Sono cose profondamente diverse.
Essere buoni non significa essere continuamente compiacenti.
Essere gentili non significa essere disponibili a ogni richiesta.
Avere empatia non significa consegnare agli altri il governo della propria esistenza.
C’è una differenza enorme tra ferire qualcuno e contrariarlo e diventare adulti significa anche imparare a riconoscerla.
Nel bosco esistono confini ovunque.
La corteccia protegge ciò che scorre dentro l’albero.
La tana ha un ingresso.
Il seme possiede un involucro.
Perfino la cellula vive grazie a una membrana capace di distinguere ciò che entra da ciò che rimane fuori.
Il confine non è il contrario della relazione.
È ciò che permette alla relazione di esistere senza divorare le parti che la compongono.
Anche il nostro no può essere una corteccia.
Non un muro.
Una corteccia.
Qualcosa che protegge ciò che è vivo.
Forse per questo imparare a dispiacere comporta un piccolo lutto.
Dobbiamo rinunciare alla fantasia di poter essere compresi da tutti.
Alla speranza che, spiegandoci abbastanza bene, nessuno potrà giudicarci male.
Alla convinzione che, se saremo sufficientemente gentili, disponibili, saggi, pazienti e generosi, riceveremo sempre in cambio comprensione.
Non accadrà.
Qualcuno interpreterà il nostro confine come freddezza.
Qualcuno chiamerà egoismo la nostra autonomia.
Qualcuno preferiva la versione di noi che diceva sempre sì.
Qualcuno ci amerà sinceramente e tuttavia non comprenderà una nostra scelta.
E qualche volta saremo persino noi a sbagliare.
Il coraggio di dispiacere comprende anche questo: non trasformare la propria autenticità in una nuova forma di infallibilità.
Un albero può crescere storto.
Un ramo può spezzarsi.
Una direzione può rivelarsi sbagliata.
Essere fedeli a sé stessi non significa credere che ogni nostro desiderio sia sacroa di poter scegliere, sbagliare, ascoltare, correggersi e scegliere ancora senza vivere permanentemente sotto il tribunale dello sguardo altrui.
C’è qualcosa di profondamente druidico in questo.
Entrare nel bosco significa incontrare una comunità nella quale nessun essere pretende di essere tutto.
La quercia non chiede scusa perché non è betulla.
Il biancospino non addolcisce le proprie spine per risultare più gradevole.
L’edera cerca sostegno senza diventare l’albero sul quale cresce.
Il salice si piega.
La roccia rimane.
Ognuno partecipa al paesaggio attraverso la propria forma.
La maturità consiste proprio nel trovare la nostra forma, non quella che provoca meno disappunto e non quella che riceve più applausi ma quella che possiamo abitare senza tradirci.
Ci saranno giorni in cui dire sì sarà un gesto d’amore e giorni in cui l’atto d’amore sarà dire no.
Ci saranno persone per cui vorremo fare spazio e altre davanti alle quali dovremo finalmente smettere di arretrare.
Ci saranno legami capaci di sopravvivere alla nostra trasformazione e altri erano possibili soltanto finché rimanevamo piccoli abbastanza da non disturbare l’equilibrio precedente.
Lasciarli cambiare può fare male.
Ma anche il bosco perde continuamente qualcosa.
Foglie.
Rami.
Frutti.
Vecchie cortecce.
Nidi abbandonati.
Niente rimane identico per poter continuare a vivere.
Il coraggio di dispiacere è questo: smettere di potare continuamente la propria anima per entrare nel giardino immaginato dagli altri.
Non significa crescere senza misura.
Significa imparare la propria misura.
Sapere dove finiscono le nostre responsabilità e dove comincia la libertà dell’altro di pensarla diversamente.
Io sono responsabile delle mie parole.
Dei miei gesti.
Della cura con cui pongo un confine.
Delle conseguenze delle mie scelte.
Ma non posso essere responsabile di ogni emozione che la mia esistenza suscita negli altri.
Anche loro hanno un bosco interiore da attraversare.
Così, quando arriverà il momento di scegliere tra l’approvazione e quella voce quieta che dal profondo dice questa è la mia strada, forse potremo fermarci.
Mettere una mano sulla corteccia di un albero.
Sentire sotto le dita qualcosa che non ha bisogno di giustificare la propria forma.
E ricordare: non siamo venuti al mondo per essere universalmente approvati ma per entrare in relazione senza scomparire per appartenere senza consegnarci, per amare senza diventare prigionieri dell’amore, per cambiare senza chiedere perdono della nostra crescita e qualche volta, inevitabilmente, questo significherà dispiacere a qualcuno.
Che il nostro cuore rimanga gentile.
Che la nostra mente rimanga aperta.
Che sappiamo riconoscere quando abbiamo torto.
Ma che le nostre radici non vengano strappate ogni volta che qualcuno preferirebbe vederci crescere in un’altra direzione.
Perché il bosco non ci insegna a piacere.
Ci insegna qualcosa di più difficile, ovvero
ad essere presenti nella nostra forma,
in relazione con ciò che ci circonda,
senza chiedere scusa per il semplice fatto di esistere.
(Luana Sanvidotto – “Il coraggio di dispiacere”)





