Alle Origini, Dea Madre, Goddess

Riflessioni sulla Dea Madre nel Corano

Il nome di Dio, in arabo Allah, presenta una certa ambiguità. Esso termina con la consonante “Ha” (il suo suono è “h”) che assomiglia nella forma e nella pronuncia alla consonante finale e femminile araba, detta “Ta marbuta”. La “Ta marbuta” è di solito silente come la “h” in fin di parola, sebbene risuoni come una “t” quando è vocalizzata. La “Ta marbuta” ha la forma di una “Ha”, eccezion fatta per i due punti che si trovano sopra ad essa. Tuttavia, la convenzione di porre i segni diacritici sulla “Ta” e sulla “Ta marbuta” fu istituita parecchi secoli dopo la rivelazione del Corano.

Prima dell’istituzione dei punti diacritici, l’ultima lettera del nome Allah rimase indistinguibile dal genere femminile. La Dea “ALLAT” citata nel Corano (53: 19) termina con la lettera finale “Ta” che si pronuncia “t.” I lettori di Arabo comprendono meglio questo punto. Ci sono due parole in Arabo, Allah e Allat, che significano Dio e Dea, rispettivamente. L’ultima lettera di Allat – la “Ta” – è strettamente imparentata alla “Ta marbuta”, che è la consonante usata normalmente per indicare il singolare femminile (infatti, la “Ta” è la lettera classica nelle declinazioni del plurale femminile). A sua volta, la “Ta marbuta”, se scritta senza i segni diacritici, è identica all’ultima lettera della parola Allah – la “Ha” – e, al pari della “Ha”, non è di norma pronunciata in fin di parola.

Perciò, il nome Allah suonerebbe ugualmente in entrambi i modi, e senza i punti diacritici, non sarebbe molto dissimile da un Allah con la “Ta marbuta” finale e di genere femminile. Inoltre, i segni diacritici non furono scritti in Arabo per secoli dopo la morte del Profeta Muhammad (ص). Qualcuno potrebbe domandarsi se il vocabolo Allat si sia trasformato in Allah, un nome che evoca la femminilità, ma non è femminile, per disingannare la gente dalla falsa nozione che un Lei/Lui abbia generato una donna?

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Allah                      compitazione ipotetica                     Allat
di “Dio” con una
desinenza femminile singolare

Quest’ipotesi è sostenuta da un’altra interessante circostanza. Le fonti greche pre-Islamiche riportano il nome della Dea arabaAlilat.” Le prime due lettere (Al) sono evidentemente l’articolo determinativo, mentre il nome ilat designa la Dea. Questa parola non esiste più in Arabo, al suo posto abbiamo invece il vocabolo ilah che significa dio (con la “d” minuscola). Questo nome è usato dai Musulmani quando recitano la professione di fede: La ilah illa Allah (non c’è dio se non Dio). In questo caso, possiamo osservare che una parola indicante la divinità ha la forma femminile e maschile contemporaneamente, ma solo la forma maschile sopravvive.

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dio                                     dea

Queste circostanze suggeriscono un parallelismo con la coppia di nomi Allat/Allah. È come se questo binomio c’informasse: “Identificasti una Dea Madre che è attualmente un Essere Trascendente senza genere.” (Un’altra curiosità interessante della lingua Araba è che tutti i plurali riferiti a cose ed ad animali prendono la forma del femminile singolare. Per esempio, in italiano si dice “essi sono cani”. In Arabo diventerà: “Hiya Kilaabun”, letteralmente “Lei è un cani.” In altre parole, l’intero universo, con tutta la sua sostanza, consiste in una singola entità femminile)

Secondo punto, la Pietra Nera è il meteorite che segna l’inizio della circumambulazione attorno alla Ka’aba in ricordo dell’adorazione della Dea Madre. La Pietra Nera della Mecca “fu adorata come un’immagine della Dea fino alla nascita dell’Islam” (Baring and Cashford, p. 396).

Per caso, la Grande Madre Cibele a Roma, centro di uno dei più grandi culti popolari dell’Impero Romano, era simbolizzata da una pietra nera d’origine meteorica trasportata dall’Asia Minore dopo aver consultato un oracolo, quando Roma era minacciata dall’invasione di Annibale. Cibele non fu una Dea Romana, ai cittadini romani fu sempre interdetta la possibilità di diventare sacerdoti della Dea. Restò sempre una Dea straniera e orientale. La maggior parte della nobiltà Romana considerò i riti estatici rivolti a Cibele terrificanti. Roma fu una società preoccupata di salvaguardare l’ordine statale e le virtù virili sotto la sovranità del Dio padre Giove. Comunque, Cibele ebbe un certo seguito tra le classi inferiori che avevano dei costumi più rilassati e meno pretese filosofiche. Il tempio della Magna Mater fu costruito sul colle Palatino, dove ci sono ancora i suoi resti.

Oltretutto, il suo essere è simboleggiato dalla pietra nera che misteriosamente collega la Grande Madre ed il Dio dell’Islam. Baring e Cashford ipotizzano che Cibele fosse il nome posteriore della Dea Babilonese Kumbaba.
Fonte web: www.tradizionesacra.it/Il_Tantra_della_Mecca.htm

Entrambi i nomi, unitamente alla parola Ka’aba, significano “cubo”. Inoltre, sono la forma della Ka’aba ed il simbolo del piedistallo o trono della Dea (la statua della Grande Madre sul colle Palatino in Roma siede sopra un blocco sagomato a forma di cubo).

I sacerdoti che si occupavano della [Ka’aba] erano conosciuti come ‘i figli dell’antica Madre’ anche dopo l’avvento dell’Islam’” (Baring and Cashford, p. 396). In effetti, questi custodi del “genere variante” (in inglese gender-variant) erano i sacerdoti castrati, transessuali e travestiti di molte figure delle Dea Madre includenti Cibele, che si occupavano anche della Ka’aba e della tomba del Profeta (ص) fino al ventesimo secolo.
(Vedere: The Effeminates of Early Medina in the Journal of the American Oriental Society 111, 1991, pp. 671-93. Retrieved on 2007-04-07)

(In antichità, Attis, antica divinità frigia, sceglie di evirarsi dopo un atto d’amore con la Grande Madre, colei che lo aveva generato e insieme amato, e i sacerdoti del dio Attis dopo essersi auto-castrati, si travestivano gettando i genitali estirpati davanti alle porte delle case, in un atto rituale)

Tra i privilegi/doveri di questi custodi, vi era quello di sorvegliare di notte a lampade accese i sacrari e la tomba del Profeta (ص). Il secondo di questi doveri venne meno sotto l’autorità Saudita che installò le lampade elettriche.

I parallelismi tra Allah e la Dea Madre sono affascinanti. Molti Musulmani ritengono semplicisticamente che il concetto della Dea Madre appartenga alla categoria dell’idolatria e del politeismo, all’età dell’Ignoranza (al-Jahiliya). Queste identificazioni non devono apparire blasfeme, perché credere in Dio come Madre non è politeismo.
Vedere “Allah come Madre” in:
http://www.tradizionesacra.it/l’Islam_e_il_divino_femminile.htm
http://www.tradizionesacra.it/Il_Profeta_Muhammad_nelle_scritture_Indu.html (discorso di Zakir Naik)

A suo tempo, la Dea Madre fu considerata come un Uno ed Unico Creatore. Forse guidata dalla coscienza popolare e dalla violenza delle Età del Bronzo e del Ferro, la Dea Madre decise di rivelare a sé stessa la Sua vera Natura, che sorpassa il genere. È per non equivocare della Sua natura femminile o maschile che si vietarono le Sue immagini? Dopo tutto, un’ascia o una spada brandita da un guerriero fa meno paura del castigo di una Madre, di quell’Essere Trascendente ed austero che fu rappresentato come maschio.

I due attributi usati frequentemente dai Musulmani per descrivere Dio, Ar-Rahman e Ar-Rahim, appartengono alla forma assoluta e superlativa della radice R-H-M, il cui significato è “utero.”
Fonte web: http://en.wikisource.org/wiki/The_Holy_Qur’an/Al-Ikhlas

Così, Dio è l’Utero Maggiore fra tutti gli uteri, è l’Utero Cosmico, il “Jagad Yoni” dello Shaktismo. Queste parole sono spesso tradotte in “Clemente e Misericordioso”, ed evocano immagini di monarchi e giudici di sesso maschile, ma possono essere benissimo tradotte in “Indulgente e Compassionevole” infondendo l’immagine materna.

Infine, Dio è ritratto e ricordato in tutto il Corano attraverso i poteri che l’antica Dea Madre ha sui cicli di nascita, morte e rigenerazione (Corano, 2:22, 2:255, 2:267, 3:27, 6:6, 6:95-99, 6:133, 6:141, 6:147, 7:25, 7:57, 7:58, 10:4, 10:24, 10:31, 10:34, 13:3, 14:32, 15:19, 16:11, 16:65-70, 18:37, 18:45, 20:53, 20:55, 21:104, 22:5, 23:14, 23:19, 23:31, 23:42, 26:7, 27:25, 27:60-67, 28:57, 29:19, 29:20, 29:56, 30:11, 30:19-30, 31:10, 32:27, 34:2, 35:11, 35:27, 36:33-40, 36:77-81, 39:21, 40:7, 40:67, 41:47, 43:11, 45:15, 50:7-11, 50:43, 53:32, 53:47, 57:4, 67:23, 71:17, 71:18, 76:28, 78:6-16, 80:24-32, 85:13, 87:4-5). Ecco un esempio:

Non avete considerato come Allah ha creato sette cieli sovrapposti
e della luna ha fatto una luce e del sole un luminare.
È Allah che vi ha fatto sorgere dalla terra come piante.
Poi vi rimanderà [ad essa] e vi farà risorgere.
Allah ha fatto della terra un tappeto per voi,
affinché possiate viaggiare su spaziose vie”.
(Corano, 71: 15-20)

E ancora:

E la terra l’abbiamo distesa, vi infiggemmo le montagne e vi facemmo crescere ogni specie di meravigliosa vegetazione:
invito [questo] alla riflessione e monito per ogni servo penitente.
Abbiamo fatto scendere dal cielo un’acqua benedetta, per mezzo della quale abbiamo fatto germogliare giardini e il grano delle messi,
e palme slanciate dalle spate sovrapposte,
sostentamento dei [Nostri] servi. Per suo tramite rivivifichiamo una terra che era morta, e in egual maniera [avverrà] la Resurrezione.”
(Corano, 50: 7-11)

Fare chiarezza attorno al ruolo della Dea Madre e del Dio Padre nell’affascinante teologia Coranica, può aiutare i Musulmani a ritrovare una nuova consapevolezza spirituale ed un rinnovato senso d’unità Islamica. Ma questo vale per tutte le grandi religioni che sembrano aver dimenticato la Madre.

Quel che è certo che anche la religione islamica ha comunque inglobato in se, come ogni altra religione, credenze precedenti, i cui retaggi, pur in forma fortemente rimaneggiata, rimangono tuttora evidenti.

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Lawrence M.F. Sudbury e Mary Crane nei loro articoli ci parlano della triade divina femminile, le Tre Gharaniq della tradizione pre-islamica: Al-Lāt, al-‘Uzzā e Manāt.

Le dee Al-Uzza, Al-Lat e Manat erano conosciute e venerate in un ampio spazio che andava da Petra, nel nord, ai regni leggendari dell’Arabia Felix nel sud, inclusa Saba; si spingevano sino all’est, in Iran e Palmyra, ed erano assai popolari alla Mecca al tempo del Profeta Maometto.

 Al-Uzza, “la Potente”, Dea della Stella del Mattino; Al-Lat, la Madre, il cui nome significa semplicemente “la Dea” (come Al-Lah significa semplicemente “il Dio”) e Manat, dea anziana del Fato o del Tempo.

Al-Uzza è stata una delle divinità arabe maggiormente venerate, associata alla stella del mattino e della sera, Venere. E’ una divinità della di origine Sabea, il cui tempio, costruito nell’area di al-Ghumyayr, nei pressi della strada della Mecca, era il più grande della penisola araba ed era considerato un centro oracolare. Anche a Petra vi era un suo tempio ed è probabile che fosse la patrona della città.
Isacco di Antiochia (scrittore del 5° secolo dopo Cristo) la chiama Beltis, e cioè “Signora”, titolo condiviso da molte altre dee semitiche, ed anche Kaukabta, “la Stella”. Dice anche che le donne dovrebbero invocare Al-Uzza dai tetti, una divinazione appropriata per una dea-stella.
Sant’Epifanio, nel 4° secolo d.C., la chiama la “madre di Dusares”, il locale dio della montagna, e le dà il titolo di Chaamu o Chalomus che significa “giovinetta”, “vergine”.
Al-Uzza è connessa alle acacie ed il suo santuario a Nakhlah ne aveva tre, in cui si credeva la dea scendesse. Ha molto in comune con Ishtar ed Astarte, e le erano sacri i gatti e i felini in genere. Dai Greci venne associata ad Afrodite Urania.
Al-Lat, il cui nome è una contrazione di al-Illahat, è menzionata da Erodoto come “Alilat” ed egli la identifica con Afrodite. E’ anche identificata con Atena, e chiamata “Madre degli dei” o “La più grande di tutti gli dei”.
E’ una divinità della primavera e della fertilità, la Dea-Terra che porta prosperità al mondo.
Lei e Al-Uzza vengono a volte confuse e pare che dove una guadagnasse in popolarità in una zona, l’altra ne perda.
Il sole in Arabia era chiamato “Shams” e considerato femminile, e potrebbe rappresentare un aspetto di Al-Lat.
La dea aveva un santuario nella città di Ta’if, ad est della Mecca. Il suo simbolo è una luna crescente, che a volte contiene il sole.

Il suo idolo era rappresentato da una pietra cubica custodita dai Banu Attab Ibn Malik del Thaqif, che avevano edificato un grande tempio in suo onore, e il suo culto era presente presso i Quraysh e in quasi tutte le tribù d’Arabia.

Il suo culto fu tra quelli più difficili da stroncare da parte dell’Islam, tanto che Maometto dovette inviare al-Mughirah ibn Shu’bah a distruggere il suo idolo per convertire l’area del Thaqif e, una volta dato alle fiamme il tempio, questi lasciò un avviso a perenne monito:
«Non venite ad adorare al-Lat, Allah l’ha destinata alla distruzione.
Come si può essere aiutati da chi che non è vittorioso?
In verità, una volta appiccato il fuoco, essa non ha resistito alle fiamme,
né ha salvato le sue pietre, senza gloria e senza valore.
Pertanto, quando il Profeta arriverà al tuo posto,
non uno dei suoi devoti rimarrà al momento della sua partenza» ( S.Pinckney Stetkevych, Citato,p. 81)

Infine, Manat o Manawayat. Il suo nome deriva dall’arabo “maniya”, e cioè fato, distruzione, destino, morte, oppure da “menata”: parte, porzione, ciò che è spartito.
E’ una divinità molto antica, e il suo culto probabilmente precede quello di Al-Uzza e Al-Lat.
Era particolarmente venerata come pietra nera a Quidaid, nei pressi della Mecca. E’ connessa ai grandi pellegrinaggi, di cui il suo santuario era il punto di partenza per parecchie tribù.
Viene citata nelle iscrizioni nabatee e le tombe erano poste sotto la sua protezione, con iscrizioni che le chiedevano di maledire i violatori dei sepolcri.

Manat, Al-Lat, Al-Uzza… è interessante notare come in molte leggende queste tre dee, pur avendo origini diverse, venissero considerate una sorta di triade divina, unita da vincoli(variabili da racconto a racconto) di parentela. A volte ci si riferisce alle tre dee come alle figlie di Al-Lah, ”le figlie del Dio”, altre volte Manat e Al-Lat sono considerate figlie di Al-Uzza.

Comunque una triade… proprio come i tre aspetti della Dea. Al-Uzza e Al-Lat, la Stella e la Madre, ”la Potente” e ”la Dea” (luna crescente e piena) e Manat, la dea anziana, ”ciò che è sparito” (luna calante/nera).

I loro simboli: Stella, Luna crescente, pietra nera… ancora presenti nella cultura islamica… basta alzare gli occhi verso i tetti degli edifici di culto islamico dove campeggia la mezzaluna (dedicata ad Artemide), che con l’aggiunta successiva di una stella (da parte di Costantino e dedicata alla Vergine Maria… ”Vergine” come Al-Lat ”la Dea”…) è diventato il vessillo ufficiale della fede mussulmana.

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O potremmo tendere le orecchie durante il pellegrinaggio alla Mecca… anticamente i Qurayshle (la prima tribù araba a stabilirsi alla Mecca, in cui veneravano l’idolo Hubal, divinità oracolare lunare, rappresentato come un anziano con freccie e faretra), adoravano deambulando in senso circolare intorno alla Ka’bah, il tempio in cui era conservata una “pietra divina discesa dal cielo” (probabilmente un meteorite, ancor oggi venerato dagli islamici come “pietra nera“), cantando inni in loro onore. Una  pratica che è stata sincretizzata dall’Islam e che fa parte tutt’ora del rituale dell’Hajj: è l’atto del Tawaf, sette giri completi intorno alla Kaaba, la casa sacra. (M. Sicker, ThePre-Islamic Middle East, Praeger2000).

Un movimento a spirale intorno alla pietra della fertilità e del tempo…

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Fonti web: Tradizione Sacra | Mondi Medievali | Università delle Donne


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